Fallimento società: cosa succede davvero a chi rimane con i debiti in mano

Quando si parla di fallimento società, la prima cosa che viene in mente è la fine di un'azienda.

La chiusura, la liquidazione, il tribunale.

Quello che invece rimane spesso nell'ombra è la domanda più importante: e l'imprenditore?

Cosa succede a chi quella società l'ha costruita, a chi ha firmato, a chi ha garantito, a chi ha messo la faccia?

Perché la società può chiudersi, ma i debiti spesso no.

Fallimento societa

C'è un aspetto che vale la pena chiarire subito, prima di entrare nel merito.

La parola "fallimento" oggi non esiste più nel Codice della Crisi, entrato in vigore nel 2022. È stata eliminata deliberatamente, perché condanna chi si trova in difficoltà, gli mette addosso un'etichetta che non si stacca più.

Al suo posto troviamo espressioni come "liquidazione giudiziale" o "crisi d'impresa".

In questo articolo continuiamo a usare il termine fallimento società perché è quello che tutti conoscono e cercano. Ma lo facciamo con la consapevolezza di quello che quella parola porta con sé: un peso culturale ingiusto, che spesso impedisce a chi è in difficoltà di cercare aiuto in tempo.

Cos'è il fallimento di una società (e perché oggi si chiama diversamente)

Il fallimento di una società è una procedura legale che scatta quando un'impresa non è più in grado di pagare i propri debiti.

Il tribunale interviene, nomina un curatore e avvia un processo che porta alla liquidazione di tutto ciò che l'azienda possiede — macchinari, immobili, crediti, scorte — per distribuire il ricavato tra i creditori.

È una procedura che esiste da decenni, regolata per lungo tempo dalla legge fallimentare del 1942.

Una legge vecchia, pensata in un'epoca diversa, che trattava il fallimento come una colpa. L'imprenditore fallito veniva iscritto in un registro pubblico, subiva limitazioni personali pesanti e portava quell'etichetta per anni.

Nel 2022 è entrato in vigore il Codice della Crisi d'Impresa e dell'Insolvenza, che ha cambiato profondamente l'approccio.

La parola "fallimento" è sparita dalla legge, il suo posto è stato preso dalla "liquidazione giudiziale".

È un cambio di nome e, soprattutto, un cambio di prospettiva.

La crisi d'impresa viene oggi vista come un evento che può capitare, non come una vergogna da punire.

Nella realtà quotidiana, però, le cose cambiano più lentamente delle leggi.

Chi ha vissuto un fallimento aziendale sa bene quanto quell'esperienza lasci il segno, non solo sul conto in banca, ma sulla vita, sui rapporti, sull'autostima.

Sa anche che chiudere la società non significa chiudere i conti con i debiti.

Chi può fallire: le soglie, i soggetti, le forme giuridiche

Non tutte le imprese sono soggette alla procedura di fallimento. Il Codice della Crisi, con le nuove procedure, ha stabilito dei criteri precisi per determinare chi può essere coinvolto e chi no.

I soggetti fallibili

In linea generale, sono soggetti alla liquidazione giudiziale gli imprenditori commerciali.

Rientrano in questa categoria:

  • le società di capitali (Srl, Spa, Sapa)
  • le società di persone (Snc, Sas)
  • gli imprenditori individuali (ditte individuali)

Sono invece esclusi i piccoli imprenditori che non superano determinate soglie dimensionali, i professionisti, i lavoratori autonomi e gli enti pubblici.

Le soglie di fallibilità

Per essere assoggettato alla procedura, un imprenditore deve superare almeno uno di questi tre parametri:

  • attivo patrimoniale superiore a 300.000 euro negli ultimi tre esercizi
  • ricavi lordi superiori a 200.000 euro negli ultimi tre esercizi
  • debiti superiori a 500.000 euro

Chi resta sotto queste soglie non può essere dichiarato fallito nel senso tecnico del termine. Questo non significa che i suoi debiti spariscano, significa solo che la procedura applicabile è diversa.

Qui entra in gioco un aspetto che molti non conoscono, e che riguarda direttamente chi è in crisi da sovraindebitamento.

Il piccolo imprenditore, il lavoratore autonomo, il professionista, che non supera le soglie di fallibilità, non accede alla liquidazione giudiziale, ma ha accesso alle procedure previste dalla Legge 3/2012

Anche queste procedure si trovano nel Codice della Crisi e sono state pensate esattamente per questa categoria di persone. Procedure che portano alla cancellazione dei debiti residui, dopo un periodo di tre anni in cui si mette a disposizione quello che si può.

Su questo torneremo più avanti, perché è il punto centrale di tutto.

Come funziona la procedura: dalle fasi alla durata

Capire come funziona il fallimento di una società aiuta a togliersi dalla testa alcune idee sbagliate che circolano.

La prima è che sia una cosa rapida.

La seconda è che risolva tutto.

Le fasi principali

La procedura la può richiedere in Tribunale, il debitore, uno o più creditori, oppure il pubblico ministero in casi particolari.

Se esistono i presupposti, di stato di insolvenza e di superamento delle soglie di fallibilità, il giudice emette sentenza di apertura della liquidazione giudiziale.

Da quel momento entra in scena il curatore fallimentare, un professionista nominato dal tribunale con il compito di gestire l'intera procedura.

Il curatore prende in carico tutti i beni dell'impresa, redige l'inventario, accerta i crediti ammessi e avvia la liquidazione dell'attivo.

I creditori richiedono l’ammissione al passivo e il giudice delegato forma l'elenco ufficiale di chi ha diritto a ricevere qualcosa e in quale misura.

Nella fase di liquidazione vera e propria, i beni vengono venduti e il ricavato viene distribuito ai creditori seguendo un ordine di priorità stabilito dalla legge.

I creditori privilegiati, come dipendenti e fisco, vengono soddisfatti prima degli altri. I creditori chirografari, cioè quelli senza garanzie specifiche, ricevono quello che resta, spesso pochissimo o nulla.

Quanto dura un fallimento aziendale

Questa è una delle domande più frequenti e la risposta è spesso scomoda.

Una procedura di fallimento aziendale dura in media da tre a sette anni, nei casi più complessi si arriva anche a dieci anni e oltre.

Sono anni in cui la situazione rimane sospesa, anni in cui l'imprenditore non può ancora voltare pagina. Anni in cui i debiti personali, quelli che la procedura non tocca, continuano a esistere e a pesare.

È proprio qui che il problema si fa più chiaro.

La procedura di fallimento della società gestisce i beni e i debiti dell'azienda. Non tocca, salvo eccezioni, la vita personale e i debiti personali dell'imprenditore.

Quelli restano dove sono.

societa in fallimento

Chi paga i debiti quando una società fallisce

Questa è la domanda che più di tutte tiene sveglio chi ha un'impresa in crisi e la risposta dipende da come è strutturata la società.

Non esiste una risposta valida per tutti, esistono invece situazioni molto diverse tra loro, che è importante distinguere con chiarezza.

Srl e Spa: la responsabilità limitata che non sempre protegge

Le società di capitali nascono con un principio fondamentale: la responsabilità dei soci è limitata al capitale conferito.

In teoria, se la società fallisce, il socio perde quello che ha investito. Nella pratica, spesso le cose vanno diversamente.

Le banche, prima di concedere un finanziamento a una piccola o media Srl, chiedono quasi sempre una fideiussione personale.

Il socio, l'amministratore, a volte anche il coniuge, firmano come garanti e quella firma trasforma un debito della società in un debito personale.

Quando la società fallisce e non riesce a ripagare il finanziamento, la banca si rivale sul garante. Il patrimonio personale dell'imprenditore diventa aggredibile.

La responsabilità limitata, in questi casi, è solo sulla carta.

Società di persone: i debiti seguono i soci

Nelle società di persone, Snc e Sas, il meccanismo è ancora più diretto.

Nelle Snc tutti i soci rispondono in modo illimitato e solidale dei debiti sociali.

Questo significa che se la società non paga, i creditori possono rivolgersi direttamente ai soci, su tutti i loro beni personali, senza distinzione.

Il fallimento della società trascina automaticamente il patrimonio dei soci nei debiti della società.

Qui puoi trovare un approfondimento sul Sovraindebitamento SNC

 

Nelle Sas la situazione dipende dal ruolo: i soci accomandatari rispondono in modo illimitato, i soci accomandanti solo nei limiti della loro quota.

In entrambi i casi, per chi è socio illimitatamente responsabile, la chiusura della società non chiude nulla, i debiti restano su di lui.

Ditta individuale: imprenditore e impresa sono la stessa cosa

Nel caso della ditta individuale, non esiste alcuna separazione tra il patrimonio dell'impresa e quello della persona.

L'imprenditore individuale e la sua attività sono un'unica entità giuridica e i debiti dell'attività sono i suoi debiti.

Se l'attività accumula debiti quei debiti ricadono direttamente sulla persona, sui suoi beni, sulla sua vita quotidiana.

Chiudere la ditta in fallimento non cancella nulla, i debiti restano sulla persona.

Il filo che collega tutto

Che si tratti di una Srl con fideiussioni firmate, di una Snc con soci solidalmente responsabili, o di una ditta individuale senza alcuno schermo, il risultato finale è spesso lo stesso.

La società chiude, i debiti restano e l'imprenditore si ritrova solo, con un peso di debiti impossibili da pagare e spesso, senza più reddito.

È in quel momento che molti commettono l'errore più costoso.

Cosa succede all'imprenditore dopo il fallimento: gli effetti personali

Chiudere un'azienda attraverso una procedura di fallimento è un evento che cambia la vita su più livelli e che lascia conseguenze concrete sulla persona, non solo sul bilancio.

Gli effetti immediati

Con l’avvio della procedura, l'imprenditore perde il controllo e la disponibilità dei beni che vi rientrano. Il curatore subentra nella gestione e, da quel momento in poi, ogni decisione su quei beni passa attraverso di lui.

L'imprenditore non può più agire su quei beni: non può vendere, non può donare, non può gravare di ipoteche.

Le limitazioni personali

Con la vecchia legge fallimentare del 1942, il fallito subiva una serie di limitazioni personali pesanti:

  • l'iscrizione nel registro dei falliti,
  • restrizioni alla libertà di movimento,
  • l'obbligo di consegnare la corrispondenza al curatore.

Il Codice della Crisi ha eliminato molte di queste misure, riconoscendo che trattare un imprenditore in difficoltà come un soggetto pericoloso era sbagliato oltre che inutile.

Restano però gli effetti pratici, quelli che nessuna legge può cancellare con un colpo di penna.

Chi ha attraversato un fallimento aziendale sa cosa significa aprire un nuovo conto corrente e sentirsi dire di no. Sa cosa significa provare ad accedere a un finanziamento e trovare porte chiuse, o avere il proprio nome associato a una procedura concorsuale nelle banche dati del credito.

Questi effetti non sono scritti in una norma, sono la conseguenza reale di quello che è successo e durano nel tempo.

fallimento di una società

La riabilitazione

Sotto la vecchia legge, il fallito poteva ottenere la riabilitazione, solo dopo aver soddisfatto integralmente tutti i creditori, o dopo cinque anni dalla chiusura della procedura in presenza di determinate condizioni.

Il Codice della Crisi ha introdotto meccanismi più rapidi per chi dimostra di aver collaborato lealmente con la procedura, ma il percorso rimane comunque impegnativo e i tempi restano lunghi.

Quello che la procedura non risolve

C'è una cosa che nessuna delle norme sul fallimento delle società affronta direttamente: la condizione dell'imprenditore che, dopo la chiusura della procedura, si ritrova ancora con debiti personali sulle spalle.

  • Fideiussioni non coperte dal ricavato della liquidazione.
  • Debiti fiscali personali accumulati negli anni di crisi.
  • Obbligazioni di società di persone che ricadono sui soci.

Questi debiti non spariscono con la fine della procedura. Restano lì, aumentati da interessi maturati negli anni in cui la procedura era aperta.

È esattamente per questa categoria di persone, che esistono strumenti di legge diversi dal fallimento. Strumenti pensati per dare una seconda possibilità alla persona.

Affidarsi al commercialista o all'avvocato del fallimento: perché non basta

Quando un'azienda entra in crisi, la prima cosa che fa quasi ogni imprenditore è chiamare il commercialista di fiducia.

È normale, è la persona con cui hai lavorato per anni, che conosce i tuoi numeri, che ti ha sempre aiutato a navigare tra bilanci e scadenze fiscali.

Il problema è che una crisi da fallimento aziendale è qualcosa di completamente diverso dalla gestione ordinaria di un'impresa. Affidarsi al professionista sbagliato può costare carissimo.

Cosa fa il commercialista e cosa non fa

Il commercialista gestisce la parte contabile e fiscale della procedura, aiuta a mettere in ordine i conti, a chiudere le partite aperte con il fisco e a produrre la documentazione necessaria.

È un ruolo importante, ma limitato.

Il commercialista non è formato per valutare le opzioni che riguardano la crisi da sovraindebitamento, non è il suo mestiere e spesso non è nemmeno il suo campo di attenzione.

Il risultato è che molti imprenditori arrivano alla chiusura della società convinti che il problema sia risolto.

Invece si ritrovano con le fideiussioni ancora in piedi, con i debiti delle società di persone ancora sulle spalle e con il fisco che bussa alla porta.

Perché per loro la cancellazione CRIF non serve

L'avvocato specializzato in diritto fallimentare è la figura giusta per gestire la procedura in tribunale.

Conosce le norme, i tempi, le strategie per tutelare al meglio gli interessi del cliente all'interno della procedura.

Anche qui il confine è preciso: l'avvocato del fallimento di una società lavora sulla società, non sulla persona. Tutela l'imprenditore nel perimetro della procedura concorsuale, ma raramente si occupa di quello che succede dopo o di quello che succede fuori da quel perimetro.

I debiti personali, le fideiussioni, le obbligazioni che ricadono sui soci di una società di persone o sul titolare di una ditta individuale, spesso non rientrano nel suo mandato.

Il vuoto che nessuno colma

Il problema vero non è la competenza di questi professionisti. Il problema è che ognuno lavora nel proprio recinto e nessuno guarda il quadro completo.

L'imprenditore si affida al commercialista per chiudere la società, si affida all'avvocato per gestire la procedura e alla fine si ritrova solo, con debiti personali che nessuno ha affrontato, convinto che ormai non ci sia più nulla da fare.

Questa convinzione è sbagliata ed è spesso la più costosa di tutte.

Perché, nel momento in cui la società chiude, il tempo per agire non è finito, in alcuni casi è appena cominciato e ogni mese che passa senza muoversi è un mese in cui i debiti crescono.

Quando il vero problema non è la società, ma l'imprenditore

C'è un momento preciso in cui molti imprenditori capiscono che il fallimento della società era solo l'inizio.

  • È il momento in cui la banca presenta il conto della fideiussione.
  • È il momento in cui il fisco bussa alla porta di casa, non dell'azienda.
  • È il momento in cui ci si rende conto che i debiti della Snc sono diventati debiti personali.

In quel momento, la procedura di fallimento aziendale è già alle spalle.

Il problema resta su una persona fisica che si trova in una situazione di sovraindebitamento dalla quale non riesce a uscire con le proprie forze.

Chi è davvero in sovraindebitamento

Il sovraindebitamento è una condizione di collasso finanziario complessivo, in cui i debiti accumulati superano stabilmente la capacità di rimborso e non esiste una prospettiva realistica di riuscire a onorarli tutti.

Può essere il risultato di anni di crisi aziendale, può nascere da fideiussioni che sono diventate debiti personali enormi.

Spesso deriva dall’aver pagato i dipendenti fino all'ultimo, sacrificando il fisco.

Non è una colpa, è una conseguenza.

società fallimento

Cosa prevede la legge per queste situazioni

Piccoli imprenditori, titolari di ditte individuali, soci di società di persone, amministratori con fideiussioni, hanno bisogno di strumenti specifici, diversi dal fallimento societario. Le procedure previste dalla Legge 3/2012 e dal Codice della Crisi sono state pensate esattamente per questo.

Procedure che affrontano la situazione debitoria della persona per risolverla.

Il debitore mette a disposizione quello che può, per un periodo di tre anni e, alla fine di quel percorso, i debiti residui vengono cancellati.

C'è però una condizione fondamentale: la meritevolezza.

La procedura non è uno strumento per chi ha fatto il furbo, o per chi ha agito in malafede. è uno strumento per chi si è trovato in difficoltà per ragioni che non dipendevano solo da lui: una crisi di mercato, clienti che non hanno pagato, eventi imprevisti che hanno travolto un'attività sana.

Il tribunale valuta le cause del sovraindebitamento, il comportamento tenuto durante la crisi e se riconosce la meritevolezza, apre la strada verso la cancellazione dei debiti.

Il tempo è una variabile che non si recupera

Queste procedure funzionano, ma solo se si agisce in tempo.

Ogni mese che passa senza muoversi è un mese in cui i creditori si organizzano, le ipoteche si consolidano, i pignoramenti avanzano.

Ogni mese che passa è un mese in cui le opzioni disponibili si riducono.

Chi aspetta convinto che le cose si sistemino da sole, o che non esista una via d'uscita legale, spesso arriva tardi. Non troppo tardi per fare qualcosa, ma abbastanza tardi da rendere il percorso più difficile di quanto avrebbe dovuto essere.

La storia di Luciano - 150.000 euro di debiti ridotti del 93%

Luciano ha gestito per anni una piccola azienda nel settore dell'abbigliamento, con dieci dipendenti, macchinari costosi e un capannone di mille metri quadri costruito da zero.

Il valore di quell'immobile, al momento della costruzione, era di 1.200.000 euro.

Da imprenditore aveva investito, lavorato e pagato i suoi dipendenti fino all'ultimo, anche quando i conti avevano iniziato a non tornare.

La crisi del 2008 lo ha colpito duramente, le aziende per cui lavorava hanno cominciato a non pagare e alcune sono fallite.

Per continuare a pagare i dipendenti, ha smesso di pagare l'Agenzia delle Entrate e i debiti hanno cominciato a crescere.

Ha venduto il capannone a 400.000 euro, meno di un terzo del suo valore.

Quei soldi sono serviti a ridurre i debiti, non a cancellarli e alla fine, Luciano si è ritrovato con 150.000 euro di debiti sulle spalle.

Luciano ha trovato le informazioni sulle procedure contro il sovraindebitamento su Facebook. All'inizio era scettico, ma ha deciso di fidarsi di Legge3.it

Ha incontrato lo Specialista Legge3.it che gli ha spiegato con chiarezza cosa poteva fare.

Ha avviato la procedura e il Tribunale di Verona ha riconosciuto la sua meritevolezza: un imprenditore che non aveva cercato di fregare nessuno, che aveva subito i fallimenti altrui, che aveva fatto di tutto per onorare i suoi impegni fino a quando era stato possibile.

Il risultato è una sentenza che ha ridotto i suoi 150.000 euro di debiti del 93%.

Nei prossimi tre anni verserà quella piccola parte di stipendio che non gli serve per vivere, come previsto dalla legge e dopo, i debiti residui saranno cancellati.

 

Guarda sotto la sua video testimonianza e ascolta dalle sue parole come ha risolto il suo problema

Aspettare è la scelta peggiore

Se sei arrivato fin qui, probabilmente stai leggendo perché la situazione che abbiamo descritto ti riguarda.

Perché riconosci qualcosa della tua storia in quello che hai letto e sai già che il problema non si risolverà da solo.

Allora c'è una cosa sola che vale la pena dirti chiaramente.

Ogni giorno che passa ha un costo.

I debiti crescono di interessi  e more, mentre i creditori si organizzano.

  • Avviano pratiche.
  • Ottengono decreti ingiuntivi.
  • Procedono con pignoramenti.

Nel frattempo le condizioni cambiano, i patrimoni si erodono e le situazioni si complicano.

Chi agisce prima ha più opzioni. Chi aspetta ne ha sempre meno e, a volte, non ne ha quasi più.

Non è una questione di colpa.

Quello che è successo a te, come a Luciano, come a migliaia di altri imprenditori italiani, non è necessariamente il risultato di errori tuoi.

Una crisi di mercato, clienti che non pagano, una fideiussione firmata in un momento in cui sembrava l'unico modo per andare avanti, un mutuo che non riesci più a sostenere dopo che il lavoro è calato.

Questi sono eventi che possono capitare a chiunque gestisca un'impresa in un mercato che non perdona.

Le procedure previste dalla Legge 3/2012 e dal Codice della Crisi esistono proprio per questo: per dare una seconda possibilità a chi si è trovato in una situazione più grande di lui.

Cosa fare adesso?

Serve capire dove sei, quali opzioni hai, quanto tempo hai ancora a disposizione.

Serve parlare con qualcuno che conosca queste procedure, che abbia già aiutato persone nella tua situazione e che possa dirti con onestà cosa è possibile fare nel tuo caso specifico.

Non puoi permetterti di continuare ad aspettare sperando che qualcosa cambi. Perché nel sovraindebitamento, il tempo non lavora mai a favore di chi sta fermo.

Luciano lo sa e oggi, finalmente, sta guardando avanti.

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Domande frequenti — Fallimento società e debiti personali

La società può chiudersi, ma i debiti spesso no. Fideiussioni non coperte dal ricavato della liquidazione, debiti fiscali personali accumulati negli anni di crisi, obbligazioni di società di persone che ricadono sui soci: questi debiti non spariscono con la fine della procedura. Restano lì, aumentati da interessi maturati negli anni in cui la procedura era aperta.
La parola "fallimento" è stata eliminata deliberatamente, perché condanna chi si trova in difficoltà, gli mette addosso un'etichetta che non si stacca più. Al suo posto troviamo espressioni come "liquidazione giudiziale" o "crisi d'impresa". Il Codice della Crisi d'Impresa e dell'Insolvenza, entrato in vigore nel 2022, ha cambiato profondamente l'approccio: la crisi d'impresa viene oggi vista come un evento che può capitare, non come una vergogna da punire.
Il tribunale interviene, nomina un curatore e avvia un processo che porta alla liquidazione di tutto ciò che l'azienda possiede — macchinari, immobili, crediti, scorte — per distribuire il ricavato tra i creditori. I creditori privilegiati, come dipendenti e fisco, vengono soddisfatti prima degli altri. I creditori chirografari, cioè quelli senza garanzie specifiche, ricevono quello che resta, spesso pochissimo o nulla.
Sono soggetti alla liquidazione giudiziale gli imprenditori commerciali: le società di capitali (Srl, Spa, Sapa), le società di persone (Snc, Sas), gli imprenditori individuali (ditte individuali). Sono invece esclusi i piccoli imprenditori che non superano determinate soglie dimensionali, i professionisti, i lavoratori autonomi e gli enti pubblici.
Per essere assoggettato alla procedura, un imprenditore deve superare almeno uno di questi tre parametri: attivo patrimoniale superiore a 300.000 euro negli ultimi tre esercizi; ricavi lordi superiori a 200.000 euro negli ultimi tre esercizi; debiti superiori a 500.000 euro.
Il piccolo imprenditore, il lavoratore autonomo, il professionista che non supera le soglie di fallibilità non accede alla liquidazione giudiziale, ma ha accesso alle procedure previste dalla Legge 3/2012. Anche queste procedure si trovano nel Codice della Crisi e sono state pensate esattamente per questa categoria di persone. Procedure che portano alla cancellazione dei debiti residui, dopo un periodo di tre anni in cui si mette a disposizione quello che si può.
Una procedura di fallimento aziendale dura in media da tre a sette anni, nei casi più complessi si arriva anche a dieci anni e oltre. Sono anni in cui la situazione rimane sospesa, anni in cui l'imprenditore non può ancora voltare pagina. Anni in cui i debiti personali, quelli che la procedura non tocca, continuano a esistere e a pesare.
Le banche, prima di concedere un finanziamento a una piccola o media Srl, chiedono quasi sempre una fideiussione personale. Il socio, l'amministratore, a volte anche il coniuge, firmano come garanti e quella firma trasforma un debito della società in un debito personale. Quando la società fallisce e non riesce a ripagare il finanziamento, la banca si rivale sul garante. Il patrimonio personale dell'imprenditore diventa aggredibile. La responsabilità limitata, in questi casi, è solo sulla carta.
Nelle Snc tutti i soci rispondono in modo illimitato e solidale dei debiti sociali. Questo significa che se la società non paga, i creditori possono rivolgersi direttamente ai soci, su tutti i loro beni personali, senza distinzione. Il fallimento della società trascina automaticamente il patrimonio dei soci nei debiti della società.
Nel caso della ditta individuale, non esiste alcuna separazione tra il patrimonio dell'impresa e quello della persona. L'imprenditore individuale e la sua attività sono un'unica entità giuridica e i debiti dell'attività sono i suoi debiti. Se l'attività accumula debiti, quei debiti ricadono direttamente sulla persona, sui suoi beni, sulla sua vita quotidiana. Chiudere la ditta in fallimento non cancella nulla, i debiti restano sulla persona.
Il commercialista gestisce la parte contabile e fiscale della procedura, aiuta a mettere in ordine i conti, a chiudere le partite aperte con il fisco e a produrre la documentazione necessaria. È un ruolo importante, ma limitato. Il commercialista non è formato per valutare le opzioni che riguardano la crisi da sovraindebitamento, non è il suo mestiere e spesso non è nemmeno il suo campo di attenzione. Il risultato è che molti imprenditori arrivano alla chiusura della società convinti che il problema sia risolto. Invece si ritrovano con le fideiussioni ancora in piedi, con i debiti delle società di persone ancora sulle spalle e con il fisco che bussa alla porta.
L'avvocato del fallimento di una società lavora sulla società, non sulla persona. Tutela l'imprenditore nel perimetro della procedura concorsuale, ma raramente si occupa di quello che succede dopo o di quello che succede fuori da quel perimetro. I debiti personali, le fideiussioni, le obbligazioni che ricadono sui soci di una società di persone o sul titolare di una ditta individuale, spesso non rientrano nel suo mandato.
Il sovraindebitamento è una condizione di collasso finanziario complessivo, in cui i debiti accumulati superano stabilmente la capacità di rimborso e non esiste una prospettiva realistica di riuscire a onorarli tutti. Può essere il risultato di anni di crisi aziendale, può nascere da fideiussioni che sono diventate debiti personali enormi. Spesso deriva dall'aver pagato i dipendenti fino all'ultimo, sacrificando il fisco. Non è una colpa, è una conseguenza.
Il debitore mette a disposizione quello che può, per un periodo di tre anni e, alla fine di quel percorso, i debiti residui vengono cancellati. Piccoli imprenditori, titolari di ditte individuali, soci di società di persone, amministratori con fideiussioni hanno accesso a queste procedure, pensate esattamente per chi si trova in una situazione debitoria personale che non riesce a risolvere da solo.
La procedura non è uno strumento per chi ha fatto il furbo, o per chi ha agito in malafede. È uno strumento per chi si è trovato in difficoltà per ragioni che non dipendevano solo da lui: una crisi di mercato, clienti che non hanno pagato, eventi imprevisti che hanno travolto un'attività sana. Il tribunale valuta le cause del sovraindebitamento, il comportamento tenuto durante la crisi e, se riconosce la meritevolezza, apre la strada verso la cancellazione dei debiti.

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